Claudio De Boni
Comte Oggi
La ricezione di Comte e del suo pensiero ha
presentato esiti paradossali fin dal suo inizio. Pur capace di ispirare
l’intitolazione di un’intera epoca culturale, il positivismo, la
filosofia di Comte circolava fra gli stessi contemporanei più attraverso
le interpretazioni dei discepoli che la lettura diretta delle sue opere: e
più dei discepoli “eterodossi”, Littré in primo luogo,
che dei continuatori più fedeli. Un caso significativo e non isolato, su
cui più volte è tornata negli ultimi anni Maria Donzelli con studi
preziosi, è per esempio quello della diffusione del positivismo in
Italia. Nella seconda metà dell’Ottocento tale diffusione si avvale
più delle mediazioni di Littré, appunto, e di autori inglesi
variamente collegati all’impianto positivista come Stuart Mill, Darwin e
Spencer, che non della diretta riflessione sui testi comtiani. Quando e dove il
contatto approfondito con i testi invece avviene, ed è soprattutto in
Francia a cavallo fra Otto e Novecento, assistiamo a un altro fatto curioso.
Comte viene interpretato e preso a ispiratore da correnti di pensiero anche
molto diverse fra loro, che vanno dai positivisti della Terza Repubblica,
progressisti, laici e democratici, ai loro oppositori di parte nazionalista,
reazionari, ultramontani e autoritari: una contesa per l’appropriazione
fra sinistra e destra che ha ben pochi altri esempi fra i “classici”
della filosofia politica ottocentesca.
Passata l’età
del positivismo, l’opera di Comte ha subito un lungo oblio. Ma
l’interesse sull’autore del Corso di filosofia positiva e del Sistema di politica positiva si è risvegliato una decina di anni
fa, fino a diventare una specie di vera e propria riscoperta durante e dopo la
ricorrenza del bicentenario della nascita, celebrato nel 1998. Qualche titolo
può servire da conferma di questa impressione generale. A Parigi escono
in rapida successione nel 1996 il volume di Juliette Grange intitolato alla Philosophie d’Auguste Comte. Science, politique, religion (PUF),
nel 1998 una nuova edizione del comtiano Discours sur l’ensemble du
positivisme curata da Annie Petit (Flammarion), nel 1999 lo studio di
Angèle Kremer-Marietti dedicato all’Anthropologie
d’Auguste Comte (L’Harmattan). Peraltro il fenomeno della
riscoperta di Comte non è solo francese (e anche in Francia, non si
limita alle opere che ho citato, che mi paiono particolarmente rappresentative
ma non sono le sole sull’argomento). Risale al 1993 il primo volume della
“biografia intellettuale” che Mary Pickering, docente
all’università statale di San José, in California, va
dedicando al fondatore del positivismo. Dal canto suo la cultura italiana
partecipa a questo risveglio di interesse con l’opera, purtroppo postuma,
di Mirella Larizza Bandiera verde contro bandiera rossa, edita nel 1999
dal Mulino. E appare qui un altro elemento di curiosità, e cioè
l’interesse suscitato da Comte, le cui idee sulla donna non possono
propriamente definirsi allineate a quelli che saranno gli umori del femminismo
novecentesco, in ricercatrici donne, critiche del suo pensiero ma anche capaci
di restituirne tutte le complesse e talvolta contraddittorie componenti.
Gli studi fin qui citati hanno avuto un ulteriore effetto, quello
di ispirare riflessioni per così dire di gruppo, e a tutto campo, sul
pensiero di Comte e sul positivismo delle origini in genere. Le prime avvisaglie
di quest’ampia ricognizione si ebbero nel 1999 con la pubblicazione in
Brasile, tradizionale patria d’elezione del positivismo, di un volumetto
collettaneo intitolato O positivismo. Teoria e prática, pubblicato
a cura dell’Università federale del Rio Grande do Sul. E
l’anno dopo, a conferma dell’attenzione geograficamente allargata
posta attorno a Comte, fu la volta della pubblicazione a Cartagine di Auguste
Comte et le positivisme, deux siècles après, frutto
dell’elaborazione congiunta di studiosi europei e di studiosi
mediterranei. Dopo queste avvisaglie, in anni ancor più recenti si sono
potute contare, fra Italia e Francia, almeno cinque opere collettive, frutto di
altrettanti convegni internazionali, legate direttamente o in forme appena
mediate alla cultura di Comte. In esplicita continuità con il lavoro di
Mirella Larizza si situano il volume su Sociologia, politica e religione: la
filosofia di Comte per il diciannovesimo secolo, curato da Cristina Cassina,
e il libro Auguste Comte e la cultura francese dell’Ottocento,
curato da Marco Geuna. Di argomento non solo comtiano, ma in cui il fondatore
del positivismo ricopre comunque un ruolo centrale, è La biologia:
parametro epistemologico del XIX secolo, a cura di Maria Donzelli. Quanto
alla Francia, due volumi, entrambi usciti nel 2003, fanno il punto su tutta
l’opera di Comte e sulle sue intricate eredità intellettuali: Auguste Comte. Trajectoires positivistes 1798-1998, diretto da Annie
Petit, e Auguste Comte aujourd’hui, diretto da Michel Bourdeau,
Jean-François Braunstein e Annie Petit. Trattandosi dei volumi su cui
ruota questa rassegna, delle cinque opere appena ricordate offro indicazioni
più particolareggiate nella nota bibliografica che chiude questo
articolo.
Prima di affrontare alcuni dei temi emersi nei colloqui
dai quali sono scaturite le opere citate (alcuni dei temi, perché
sarebbe impossibile rendere conto sistematico di tutte le riflessioni su Comte,
sul suo pensiero e sulla continuità della cultura positivista effettuate
in queste occasioni) occorre sottolineare un’ulteriore stranezza
riguardante il revival comtiano. A parte qualche tentativo marginale di
fare di Comte un riferimento per le problematiche dell’oggi, per esempio a
proposito dei dubbi sollevati attorno all’augurabilità di un
capitalismo estraneo alle valutazioni di ordine sociale e morale, molti
studiosi, anche fra quelli che più scavano in profondità nei suoi
testi, sentono la necessità di avvicinarsi al pensiero di Comte
sottolineandone preventivamente l’inattualità. Accade così
di trovare in Mirella Larizza il ricordo di una citazione di Michel Serres che
definiva il Corso di filosofia positiva un “cimitero di
fossili”, oppure sentir confessare da Annie Petit che la lettura di Comte
offre più di un’occasione di irritazione con la sua pretesa di
restituire in un tutto armonico l’intero scibile umano, e più o
meno tutti gli attuali studiosi del fondatore del positivismo lamentarsi di un
suo spirito di sistema ormai superato.
Tessere attorno a un
pensatore del passato un giudizio partente dalla sua attualità o
inattualità rischia di essere un gioco sterile, oltre che discutibile su
un piano strettamente storiografico. Sono d’accordo con Braunstein quando
polemizza (in Auguste Comte aujourd’hui) con gli eccessivi
confronti a volte instaurati tra il pensiero di Comte e la realtà di
oggi, anziché contestualizzarne la portata per coglierne meglio non
l’attualità, ma semmai l’originalità. Detto questo,
resta tuttavia la necessità di comprendere le ragioni del grande ritorno
del nostro pensatore all’attenzione da parte degli studiosi, non
spiegabile solo con ragioni strumentali come i centenari o con sollecitazioni di
ordine puramente accademico. Suggestioni che pure hanno il loro peso, come
argomenta un po’ provocatoriamente lo stesso Braunstein, facendo risalire
molti degli attuali studi comtiani all’impulso di una specie di
congregazione universitaria a diffusione sovranazionale, composta da pochi ma
combattivi studiosi (una specie di riedizione in sede critica e non militante,
si potrebbe aggiungere, della vecchia Société Positiviste,
anch’essa formata da poche ma vivaci intelligenze, capaci di trasferire
qualcosa dell’ideologia positivista nella mentalità comune).
Forse non è corretto impiegare parametri volti al
confronto con l’attualità per spiegare la recente ripresa degli
studi comtiani; legami indiretti con le nostre problematiche si possono tuttavia
rintracciare. Una strada è quella indicata da Regina Pozzi quando
evidenzia, seppur su un piano storicizzato, il nodo comtiano che lega
sociologia, politica e religione attorno a un messaggio di ordine eminentemente
morale e pedagogico: un tentativo anacronistico ma vigoroso di reagire alla
disgregazione individualistica avviata con il 1789, mediante l’esibizione
di legami morali che promettano di mantenere o di reinventare fra gli uomini un
senso comune. Se a ciò è dedicato in gran parte il suo saggio
introduttivo a Sociologia, politica e religione, nell’intervento
compreso in Auguste Comte e la cultura francese dell’Ottocento la
stessa Pozzi confronta la volontà comtiana dell’”educazione
del popolo” con analoghi atteggiamenti propri, più o meno nel
medesimo arco di tempo incentrato sul 1848, di personaggi come Littré,
Renan, Quinet, Michelet. Un dato comune a tali importanti esponenti del pensiero
francese di metà Ottocento sembra essere appunto quello della ricerca di
fondamenti religiosi (non necessariamente limitati alle confessioni
tradizionali) coi quali sostenere un concetto di cittadinanza di segno
comunitario, e non vissuto come disordinata sovrapposizione di pulsioni
egoistiche: un tema che continua a turbare le coscienze anche oggi, e anche al
di fuori di ottiche puramente religiose. Un altro terreno di confronto fra il
fondatore del positivismo e gli argomenti della nostra contemporaneità
è quello suggerito da Maria Donzelli, che nell’introduzione a La
biologia: parametro epistemologico del XIX secolo mette in luce di Comte il
tema tuttora controverso dei rapporti fra cultura umanistica e cultura
scientifica; e in un’altra occasione (il suo contributo all’opera
collettiva Patologie della politica, da lei diretta insieme con Regina
Pozzi e pubblicata dall’editore Donzelli nel 2003) ravvisa nel discorso
“sociocratico” comtiano un tentativo di aggiornamento delle
categorie politiche di fronte alle esigenze di coordinazione di una moderna
società industriale e scientifica. Su tutti gli attuali studiosi di Comte
sembra agire comunque l’ambiguo fascino esercitato da un qualcosa di
perduto e di cui tuttavia si sente il bisogno: proprio quell’idea
collettiva di umanità che Comte ricavava dal proprio spirito di sistema e
che oggi è più difficile riallacciare a una realtà sempre
più condizionata dalle frammentazioni etniche, politiche, religiose,
economiche.
E veniamo ad alcune delle riflessioni specifiche che
le opere su Comte in questione sono in grado di suggerire. La prima è
forse elementare ma a suo modo significativa, ed è data dal fatto,
sottolineato fra gli altri da Bourdeau nella sua prefazione a Comte
aujourd’hui, che dai contributi più recenti il positivismo
comtiano risulta finalmente essere quanto ai suoi contemporanei in parte
sfuggiva, e cioè più una dottrina politica che una filosofia
scientifica. Le convinzioni politiche rimangono tuttavia negli scritti di Comte
indissolubilmente collegate alle sue opinioni intorno alla scienza, per cui da
queste conviene partire per giungere alla discussione che si va oggi sviluppando
attorno al suo pensiero politico.
Un contributo importante offre
in proposito Maria Donzelli nella già ricordata introduzione alla Biologia. Comte è, secondo la sua interpretazione, al centro di una
tendenza fondamentale per il pensiero ottocentesco, quella della circolazione di
concetti e di linguaggi fra le varie scienze. Da un lato è
l’economia politica (scienza cui peraltro Comte nega autonomia) a fornire
suggestioni e immagini per la biologia, col passaggio dalla lotta per la vita di
Malthus alla selezione naturale di Darwin, o dalla divisione del lavoro di Smith
al principio di differenziazione di Durkheim. D’altro lato (e qui il ruolo
di Comte è di primo piano) è la biologia, col suo programma di
analisi organicistica della vita individuale inserita in un ambiente
organizzato, ad aprire le porte alle nascenti scienze umane. Fa peraltro
osservare la Donzelli che nell’estensione del concetto di
“vita” dall’individualità alla comunità (con i
princìpi collegati di nazione, storia, stato, umanità), la
prospettiva cambia radicalmente a proposito per esempio della dimensione
temporale, con il ciclo naturale individuale della successione vita-morte che
cede il passo a una prospettiva storica di vita continua. Anche Annie Petit, nel
contributo allo stesso volume, sottolinea l’impossibilità di
ridurre in Comte il sociologico al biologico. La ricerca di rapporti fra scienze
della natura e scienze dell’uomo resta sempre viva in Comte, e dà
luogo a significative assonanze non solo con la biologia, ma anche con la
fisica, di cui il fondatore del positivismo trasporta espressioni come quelle di
“forza” e di “risultante tra forze” nel nascente
linguaggio sociologico. Ma le analogie fra biologia e sociologia non sono
incondizionate. Se le contiguità di metodo e di argomento
(dall’uomo al mondo e dal mondo all’uomo, sotto il comune concetto
di organismo) le pongono in un legame molto stretto, nella sociologia comtiana
il peso della storia, della cultura e dei simboli è tale da aprire alla
scienza della società una serie di orizzonti impensabili in una
dimensione solo naturalistica della vita.
Su questo punto,
ulteriori importanti puntualizzazioni si trovano in Auguste Comte
aujourd’hui. Angèle Kremer-Marietti identifica il processo di
coordinazione ricercato da Comte fra biologia e sociologia nel rapporto tra
singolo e ambiente, interpretato come vocazione all’armonia. La studiosa
francese parla in proposito di necessità di una solidarietà
bio-sociologica, che tuttavia non si realizza spontaneamente, in quanto la prima
legge biologica, il bisogno del nutrimento, può essere fonte di conflitto
anziché di cooperazione fra gli individui. Affinché
l’armonia si instauri, occorre l’apporto della conoscenza
sociologica, che diventa azione attraverso la morale positiva, in un programma
in cui trova una collocazione meno stridente di quanto si pensi di solito anche
la famosa e discussa teoria comtiana della supremazia del cuore sullo spirito.
La Kremer-Marietti trova a questo proposito segni di possibile attualizzazione
dell’impianto comtiano in discipline a noi contemporanee come
l’etologia e la sociobiologia, nei confronti delle quali tuttavia il
positivismo delle origini presenta anche differenze significative. Comte non
crede nella biologia come forza determinante per la sociologia, ma caso mai
nell’apporto rigenerante di quest’ultima rispetto alla prima:
è il sociale che dà significato al biologico, e non il biologico
che determina il sociale. Da quanto appena detto, comincia a insinuarsi il
sospetto che il nodo biologia-sociologia serva a Comte per sfociare nella
politica, ed è quanto conferma, nella stessa opera, Jean-François
Braunstein. Se il fondatore del positivismo ricostruisce un terreno di rapporti
fra naturalità e umanità, egli avverte anche il proprio lettore
dei possibili abusi che si possono compiere nel passaggio da una scienza
all’altra. Il metodo quantitativo impiegato nelle descrizioni dei fenomeni
naturali non può essere esteso forzatamente alla materia umana: la
sociologia non è solo matematica sociale, o statistica morale. Per lo
studioso francese biologia e sociologia presentano in Comte robuste analogie
(ben espresse dai concetti di organizzazione, totalità, consenso,
finalità), ma anche distinzioni decisive: l’organismo sociale
è più complesso di quello individuale e soggetto a
un’evoluzione storica capace di perfezionare insieme l’organismo
collettivo (l’umanità) e l’ambiente. Proprio l’opera
consapevole di perfezionamento è, secondo Braunstein, il carattere
più originale di Comte, che è un innovatore radicale
nell’interpretare la sociologia non solo come tentativo di esplicazione
della società, ma anche come dottrina della trasformazione
sociale.
Quest’ultimo punto ci sposta verso uno degli
aspetti più nuovi emersi dalle ricerche degli ultimi anni, e cioè
l’interpretazione del positivismo come una dottrina politica, al di
là delle sue varie intersezioni con il mondo della scienza. Esiste
tuttavia un’area di scambio e di transizione fra il positivismo come
progetto di unificazione delle scienze e il positivismo come filosofia politica,
area che esercita una funzione strategica nel pensiero comtiano. Un primo
elemento da sottolineare è l’intricato rapporto che il positivismo
di matrice comtiana intrattiene con l’evoluzionismo. Per Comte il
progresso non è dato solo dagli impulsi spontanei che si manifestano
nelle relazioni fra uomo e ambiente, ma si inserisce in un processo di
perfezionamento guidato dalla ragione e dall’intenzionale sentimento di
amore per l’insieme. Se lo spirito di sistema deriva dallo studio della
natura (dall’armonia propria dell’essere vivente individuale),
l’ordine sociale richiede comunque una cura consapevole. Su questa
problematica, che attraversa con il suo peso rilevante tutti i recenti lavori su
Comte, non posso che limitarmi a segnalare qualche contributo. Ben Saïd
Cherni sottolinea come l’idea di organismo compiuto che caratterizza il
pensiero sociologico di Comte lo spinga a costruire l’immagine di una
società ideale, in cui la scienza viene piegata a fini morali attraverso
l’apporto consensuale assicurato dall’opinione pubblica. Braunstein,
dopo aver trovato in Comte tracce consistenti di continuità con
l’identificazione fra pensiero e cervello già ipotizzata da
Cabanis, ne ricostruisce uno dei sensi sociologici nella costruzione del
“cervello” immortale dell’umanità, in cui trova
spiegazione anche l’insistenza comtiana sul culto dei morti. Laurent Fedi
ricostruisce le origini intellettuali dell’organicismo comtiano,
specialmente a proposito del parallelismo fra le età dell’esistenza
umana individuale e le fasi della storia della civiltà: un motivo
già presente in Saint-Simon, e che Comte ricava anche dalla lettura dei
controrivoluzionari francesi e di scrittori tedeschi come Herder e
Savigny.
All’interno della trasformazione delle ipotesi
provenienti dalle scienze della natura in suggestioni politiche, un ruolo
centrale assume in Comte il confronto con il tema della malattia. Come argomenta
con chiarezza Maria Donzelli nell’introduzione alla Biologia, la
malattia è per Comte rivelazione di una crisi, occasione di una
riflessione sull’armonia alterata, presupposto per la sua cura volta a
ristabilire l’ordine: un programma pronto a ricevere un’applicazione
insistita sul piano politico a proposito della Rivoluzione francese e
dell’urgenza del suo superamento. Braunstein, in Trajectoires
positivistes, mostra come le analogie fra arte medica e arte politica diano
comprensibilità anche ad alcuni degli aspetti più controversi del
pensiero di Comte. Nascendo l’intervento medico dalla considerazione del
rapporto ineludibile fra corpo e anima, il fondatore del positivismo si dimostra
convinto che la guarigione possa provenire solo dall’unione fra
sentimentale e materiale, e fra individuale e collettivo. Comte si situa in tal
modo nel pieno di un itinerario ottocentesco proiettato tuttavia in avanti, che
congiunge il convincimento che ogni malattia è anche sociale, già
espresso da Cabanis, con la concezione della malattia come occasione di
sperimentazione di sé avanzata da Ribot. L’intreccio fra conoscenza
scientifica e costruzione della felicità produce infine la
sensibilità di Comte per quella che egli stesso definisce la
“volgarizzazione della scienza”, la sua diffusione a livello
popolare (su cui, in Trajectoires positivistes, si trova un documentato
saggio di Bernadette Bensaude-Vincent).
Quanto sia produttore di
suggestioni ancora vive il nesso instaurato da Comte fra tematica scientifica e
dimensione politica appare fra gli altri nel bel saggio scritto da Thierry
Leterre per Auguste Comte aujourd’hui. Riprendendo un giudizio di
Aron, Leterre sottolinea di Comte in particolare la sua capacità di
decifrare uno dei motivi fondamentali della cultura contemporanea, e cioè
la suscettibilità della scienza di essere sistematicamente applicata allo
sviluppo economico in una società industriale. Il fondatore del
positivismo riesce in tal modo a identificare con chiarezza che l’uomo
moderno chiede alla scienza non solo di spiegare i fenomeni con metodo
razionale, ma anche di costruire un apparato di previsioni capace di indirizzare
le azioni. Sotto questa prospettiva assume una luce meno
“reazionaria” anche uno degli aspetti della filosofia politica
comtiana più criticati dai suoi interpreti, e cioè
l’insistenza su un potere spirituale sempre più concepito, nel
progredire degli scritti di Comte, come una chiesa in formazione. Leterre non
nasconde le debolezze di questa parte della speculazione comtiana, derivanti
specialmente dalla discutibile intenzione di inserire la sociologia nella storia
del sacro. Ma ciò non toglie che Comte impersoni in forme precoci una
tendenza contemporanea come quella di ricercare nella scienza
un’autorità morale, anche se si sbaglia nell’ipotesi di poter
conferire alla scienza una posizione preminente rispetto alla libertà
d’opinione. In questo il fondatore del positivismo sconta i limiti del suo
secolo, mentre oggi sappiamo che nessuna verità scientifica è
talmente inattaccabile da riuscire a porsi al riparo dalle confutazioni.
I tratti più controversi del pensiero di Comte risultano
comunque essere quelli più direttamente politici. Come rileva Michele
Battini nel saggio compreso in Sociologia, politica e religione, e come
aveva più volte argomentato in precedenza Mirella Larizza, il problema
continuamente aperto alla discussione è costituito dal tentativo del
fondatore del positivismo di tenere uniti due insiemi di valori politici prima
di lui vissuti in termini conflittuali, e ben rappresentabili con le parole
chiave nel linguaggio politico comtiano di ordine da una parte e di progresso
dall’altra. Battini esprime questa tensione accennando a due codici
coesistenti nel pensiero politico di Comte, l’uno di derivazione giacobina
e l’altro di ascendenza cattolica (in senso conservatore). Il problema
è di vedere quale dei codici sia prevalente nell’esperienza
comtiana e nelle sue singole fasi. L’attenta analisi effettuata sulla
Société Positiviste da Mirella Larizza in Bandiera verde contro
bandiera rossa farebbe pensare a una profonda modificazione nel sentire
politico comtiano sopravvenuta con la crisi del 1848, che anziché sanare
le fratture di mezzo secolo prima ne apre di nuove, questa volta fra borghesia e
proletariato. Tendenzialmente progressista e filogiacobino prima del 1848, Comte
diventa sempre più conservatore, secondo questa analisi, con
l’avvicinarsi e poi il consumarsi della crisi quarantottesca. Battini non
contesta questa impostazione, ma sembra propendere per un’immagine del
dissidio interno al pensiero di Comte come mai completamente risolto, ma anche
da sempre sbilanciato verso la conservazione. Tanto che la vera riconciliazione
fra i due codici avverrà soltanto (dice Battini) con la destra di fine
Ottocento dei Maurras e dei Brunetière, positivista e cattolica insieme.
Pur senza dimenticare che esiste, anche nella stessa Francia, un positivismo di
maggiore continuità con quell’eredità sansimoniana da cui
muove anche Comte, vale a dire il positivismo dei Littré e dei Durkheim,
corporativo come quello dei conservatori, ma di matrice laica e
statalistico-democratica anziché cristiana e
autoritaria.
Sospinte verso una lettura delle idee politiche
comtiane privilegiante la loro contiguità con la cultura della destra
francese dell’Ottocento, sono anche due delle studiose italiane che
più si sono confrontate con il pensiero comtiano, presenti con più
contributi alle opere collettive oggetto di questo articolo: Cristina Cassina e
Regina Pozzi. La Cassina collega con convincenti confronti il pensiero di Comte
al tradizionalismo francese dei decenni a lui immediatamente precedenti,
dimostrando nel fondatore del positivismo un uso prevalente di de Maistre per
l’apparato di critica alla rivoluzione, di Bonald e di Lamennais quando si
tratta di proporre linee di ricostruzione che sanino la crisi aperta nel 1789.
Altro e più specifico argomento affrontato dalla studiosa del
conservatorismo francese è quello della dittatura. Si tratta in Comte di
un concetto di matrice più sociologica che politica, eppure capace di
evidenziare un continuo apprezzamento per la concentrazione del potere e un
altrettanto continuo disprezzo per le tesi liberaldemocratiche, e infine di
giustificare la convinzione di poter con disinvoltura passare dalla dittatura
operaia sognata nel 1848 all’approvazione del colpo di stato di Luigi
Napoleone.
Anche Regina Pozzi, alla quale si devono alcune delle
più complete analisi degli atteggiamenti politici comtiani, sembra
interpretare i segni di involuzione autoritaria non come dipendenti soltanto
dalla crisi del 1848, ma come il frutto di un insieme di pulsioni che
condizionano la riflessione comtiana fin dalle sue origini. Nel suo intervento
in Auguste Comte aujourd’hui la Pozzi parte dall’evocazione
di Aron, che giudicava attuali le idee politiche di metà Ottocento in
quanto riflessione inedita sui due nodi principali con cui si è
confrontata la contemporaneità: la rivoluzione francese e la rivoluzione
industriale. La constatazione della crisi aperta da queste due rivoluzioni (e in
particolare, per Comte, da quella del 1789) costituisce una nota di indiretta
attualità del pensiero comtiano e della sua ansia per un nuovo ordine.
Comte non è il solo, a metà Ottocento, a compiere tale sforzo
interpretativo: la Pozzi ricorda giustamente quanto siano importanti in
proposito le riflessioni da un lato di Tocqueville e dall’altro di Marx.
La peculiarità di Comte è nella sua convinzione che il nuovo
ordine non possa provenire dallo sviluppo, bensì dalla
”storicizzazione” dei princìpi rivoluzionari, che hanno avuto
il merito di aprire una crisi necessaria per il superamento dell’antico
regime, ma devono poi cedere il passo a una riorganizzazione intellettuale e
morale compatta, e quindi gerarchica ed estranea alla libertà individuale
propugnata nel 1789. Regina Pozzi ritiene che in Comte sia più rilevante,
fino a diventare soffocante, proprio il motivo dell’ordine da ricostruire,
che si sviluppa nel pensiero del fondatore del positivismo in totale
estraneità ai princìpi liberaldemocratici. Anche l’unico
valore liberale non apertamente ripudiato da Comte, la libertà di
coscienza, ha per la Pozzi una portata solo transitoria. E proprio questa
estraneità ai valori liberaldemocratici farebbe occupare a Comte per
primo uno spazio (quello sintetizzabile nel motto “né Destra
né Sinistra”), da cui non per caso nascerà l’ideologia
fascista.
L’ancorare il pensiero politico di Comte a un solo
motivo dominante rischia tuttavia di poter essere smentito con osservazioni pure
fondate, proprio per la voluta complessità del suo impianto. Se
l’estraneità ai valori liberaldemocratici fosse di per sé
ragione di critica per un autore ottocentesco, dovremmo ricordare che non solo
un pensatore che pure presenta qualche inclinazione passatista come Comte, ma
anche una buona parte del socialismo ottocentesco, fra utopistico e marxiano,
sarebbe trascinato in un giudizio che rischia di applicare rigidamente categorie
dell’oggi al mondo di ieri. Si prenda ad esempio uno dei tratti di Comte
che più lo apparentano al pensiero tradizionalista, e cioè
l’interpretazione prevalentemente domestica e moralizzante del ruolo della
donna, della quale si esclude l’impiego nel lavoro esterno. In Auguste
Comte aujourd’hui Armelle Le Bras-Chopard ribadisce che il giudizio
comtiano sulla donna inferiore all’uomo e sede prevalente di sentimento
riflette umori di segno conservatore. Ma ricorda che Comte è anche un
critico del matrimonio borghese “di interesse”, da sostituire con la
libera scelta di entrambi i coniugi, e che la sua visione della donna non
è poi più arretrata della media dei socialisti del suo tempo, con
l’eccezione di Fourier.
È tuttavia Mary Pickering,
in Trajectoires positivistes, a portare gli argomenti più
convincenti al rifiuto di circoscrivere Comte all’interno di una cultura
politica votata al puro tradizionalismo. La Pickering reinterpreta le posizioni
comtiane alla luce del concetto di sfera pubblica di Habermas, e trova nel
fondatore del positivismo un motivo centrale nella concezione
dell’opinione pubblica come forma principale del controllo sul potere
politico. Costruttori fondamentali dell’opinione pubblica sono i filosofi,
le donne e i proletari. E se di quest’ultime due categorie Comte offre
spesso una visione di subalternità alla voce dei filosofi, egli sa anche
integrare l’immagine domestica del ruolo delle donne con l’auspicio
di una forte partecipazione femminile alla formazione del costume pubblico (per
esempio nei salons), e sostenere la funzione strategica delle
associazioni operaie nella costruzione della società positiva. Se non
mancano nelle idee di Comte scivolamenti di ordine conservatore, nella sua
descrizione della sfera pubblica si intravvedono invece segni prevalenti di
continuità con la tradizione repubblicana, evidenti soprattutto su temi
come quello dell’educazione come interesse pubblico prima che
privato.
Un tratto dell’atteggiamento politico di Comte che
sta emergendo dalle ultime ricerche, e su cui c’è probabilmente
ancora spazio per approfondimenti, è quello riguardante la costruzione
del consenso in una società che si avvia a diventare di massa, mediante
un linguaggio appropriato. Nei saggi introduttivi a Sociologia, politica e
religione questa tematica assume un peso rilevante, dapprima nelle
osservazioni di Regina Pozzi intorno al progetto comtiano del “parlare al
popolo”, poi nelle valutazioni di Vittore Collina a proposito
dell’impianto comtiano come forma di comunicazione politica, da
confrontare con altri tentativi del genere espressi dalla cultura francese
dell’Ottocento. Poco importa che Comte, soprattutto nei suoi scritti
più sistematici, non sapesse poi offrire del proprio pensiero una veste
invitante: quel che conta è la sua avvertenza che le idee, in una
società industriale che va allargandosi nel numero dei soggetti coinvolti
nelle sue dimensioni pubbliche, abbisognano di tecniche di diffusione che oggi
appunto definiremmo di massa. Proseguendo in questa direzione, forse assume
ulteriori significati anche uno degli aspetti giudicati di solito più
passatisti di Comte, e cioè il suo sogno di costruire una religione
dell’Umanità in cui la freddezza delle tesi (di ordine scientifico)
sia accompagnata dalla mobilitazione dei cuori propria di un credo povero di
dogmi ma ricco di culti. Nel suo saggio compreso in Auguste Comte e la
cultura francese dell’Ottocento Jacqueline Lalouette riconduce
l’aspirazione comtiana alla “religione
dell’Umanità” all’atteggiamento complessivo che il suo
propugnatore manifesta nei confronti del cattolicesimo. Critico rispettoso della
tradizione cristiana in genere e cattolica in particolare (più severo
è il giudizio sul protestantesimo), Comte come è noto ne apprezza
parti significative dell’esperienza storica (la sperimentazione medievale
della collaborazione fra i poteri materiale e spirituale, l’idea di
unità occidentale), pur prendendo le distanze da una teologia che ritiene
improntata a credenze chimeriche, in quanto non scientifiche. Il ruolo passato
del cattolicesimo come dottrina morale realizzata, in virtù di un forte
apparato educativo e di una estesa articolazione di culti e ricorrenze, è
tuttavia costantemente presente al fondatore del positivismo, soprattutto quando
egli intende rivitalizzare la funzione sociale e morale di istituzioni culturali
di significato rituale come il calendario o le feste.
Anche
Regina Pozzi (in Auguste Comte aujourd’hui) delinea con chiarezza
la funzione della comtiana religione dell’Umanità, apparentabile
alle molte “religioni secolari” ritornanti nel panorama francese
dell’Ottocento, in cui il richiamo alla componente scientifica permette di
dubitare e di credere nello stesso tempo, di umanizzare il divino, di disegnare
una risposta all’inquietudine creata dal sorgere di una
“società degli individui” in via di atomizzazione. Questa
religione che vorrebbe essere popolare (anche se nella realtà non riesce
mai a superare la cerchia dei pochi adepti) ha al suo interno parecchi elementi
degni di considerazione: il suo voler essere anzitutto una dottrina morale da
rinforzare con l’educazione; il suo concepire la repubblica come il
prodotto del concorso di ragione e di simboli (tema centrale già nel
libro della Larizza); il suo intersecarsi con altri movimenti culturali
contemporanei al positivismo, anch’essi volti a reagire al crescente
isolamento del singolo dalla comunità proprio dell’individualismo
borghese. A questo proposito va ricordato il bel saggio di Jacqueline Lalouette
compreso in Trajectoires positivistes e dedicato alle relazioni fra il
positivismo e il movimento delle società di libero pensiero. Si tratta di
esperienze nate ciascuna in modo autonomo, diverse anche per numero di aderenti
(a favore, ovviamente, del libero pensiero), ma con significative aree di
scambio ideologico e di simpatie personali reciproche. Alcuni personaggi di
primo piano nella cultura francese del secondo Ottocento testimoniano del
dialogo fra le due esperienze, con Littré e Wyrouboff ospiti frequenti
delle società di libero pensiero e, in direzione opposta, con Berthelot e
Anatole France benevolmente critici nei confronti del positivismo. Le parentele
fra positivisti e liberi pensatori risiedono nella comune dichiarazione di
inattualità del cristianesimo, nel programma di separazione fra stato e
chiesa, nella credenza laica nella capacità di perfezionamento
dell’umanità, anche se solo nei secondi si manifestano punte di
aperto ateismo. E che queste siano idee che circolano anche in una parte
rilevante dei discepoli di Comte, costituisce un’ulteriore riprova
dell’impossibilità di rinchiuderne il lascito ai soli continuatori
di parte reazionaria. Ma quel che più accomuna i due movimenti è
forse l’attenzione per i cerimoniali, che ci riporta ancora una volta al
tema della comunicazione simbolica come uno dei più importanti per il
mantenimento o la ricostruzione della socialità.
Quello dei
simboli (su cui mi permetto di rinviare anche al mio Descrivere il futuro.
Scienza e utopia in Francia nell’età del positivismo, Firenze
University Press, 2003) non è forse il solo argomento comtiano su cui
vale la pena di continuare l’indagine. Un tema che (a parte un intervento
di Antimo Negri in Trajectoires positivistes) non è molto presente
nelle riflessioni fin qui ricordate, è quello della continuazione in
Comte del motivo sansimoniano del complesso scientifico-industriale come arma
per sconfiggere la povertà e per assicurare in permanenza lavoro e
istruzione al proletariato. Oscurata dalla sua intenzionale sottovalutazione
dell’economia politica, esiste tuttavia in Comte una precisa concezione
del capitalismo non come regime economico concorrenziale, ma come modello di una
gestione delle risorse produttive sottoposta a programmazione e volta alla
soluzione del conflitto sociale: un motivo che lo apparenta alle prime voci che
cominciano nel suo tempo a costruire l’ossatura ideologica di quello che
sarà lo stato sociale. E il poter concludere con l’indicazione di
ulteriori indagini, dopo i molti ed elevati prodotti che la ricerca su Comte ha
esibito in questi ultimi anni, è un segno ulteriore della
vitalità, per quanto da storicizzare, del suo pensiero.
Nota bibliografica
Le opere cui faccio riferimento in questo saggio sono le
seguenti:
- Sociologia, politica e religione: la filosofia
di Comte per il diciannovesimo secolo, a cura di Cristina Cassina, Pisa,
Edizioni Plus, 2001. Si tratta degli atti di una giornata di studi in onore di
Mirella Larizza tenuta all’Università di Pisa il 12 maggio 2000,
cui hanno partecipato Regina Pozzi, Vittore Collina, Angèle
Kremer-Marietti, Annie Petit, Alice Gérard, Cristina Cassina, Claudio De
Boni, Michele Battini, Maria Donzelli, Gianluca Bonaiuti, Brunella
Casalini;
- La biologia: parametro epistemologico del XIX
secolo, a cura di Maria Donzelli, Napoli, Liguori, 2003. Scaturito dalle
relazioni a un seminario internazionale tenuto il 30 e 31 marzo 2001, il volume
comprende un’introduzione di Maria Donzelli e interventi di Giulio
Barsanti, Zeïneb Ben Saïd Cherni, Elena Gagliasso, Annie Petit, Nelia
Dias, Silvia Caianiello, Jean-François Braunstein, Jacques
Michel;
- Auguste Comte. Trajectoires positivistes
1798-1998, sous la direction de Annie Petit, Paris, L’Harmattan, 2003.
Il libro deriva dal colloquio internazionale tenuto a Montpellier e a Parigi in
occasione del bicentenario della nascita di Comte, e comprende i contributi di
Roland Andréani, Gérard Cholvy, François Azouvi,
Jean-Pierre Schandeler, Armelle Le Bras-Chopard, Alain Vaillant, Annie Petit,
Oscar Haac, Bernadette Bensaude-Vincent, Fernando L. Carneiro, Antimo Negri,
Jean-François Braunstein, Jérôme Grondeux, Angèle
Kremer-Marietti, Bernhard Plé, Mirella Larizza-Lolli, Mary Pickering,
Antoine Picon, Claude Blanckaert, Alice Gérard, Jacqueline Lalouette,
Daniel Becquemont, Kaat Wils, Maria Donzelli, Helgio Trindade, Michèle
Sacquin;
- Auguste Comte aujourd’hui, sous la
direction de Michel Bourdeau, Jean-François Braunstein, Annie Petit,
Paris, Kimé, 2003. Frutto anche questo libro di un colloquio
internazionale, tenuto a Cerisy la Salle nel luglio 2001, comprende un
intervento preliminare di Michel Houellebecq e contributi di Michel Bourdeau,
Jean Dhombres, Anastasios Brenner, Angèle Kremer-Marietti, Zeïneb
Ben Saïd Cherni, Laurent Fedi, Regina Pozzi, Mike Gane, Armelle Le
Bras-Chopard, Cristina Cassina, Thierry Leterre, Mary Pickering, Jean-Pierre
Cometti, Maria Donzelli, Jean-François
Braunstein.
- Auguste Comte e la cultura francese
dell’Ottocento. In ricordo di Mirella Larizza (“Quaderni di
Acme”, 66), a cura di Marco Geuna, Milano, Cisalpino, 2004. Il volume
è composto di due parti. La prima comprende gli interventi al seminario
tenuto in memoria di Mirella Larizza presso l’Università di Milano
il 15 giugno 2000, di cui furono autori Annie Petit, Jacqueline Lalouette,
Regina Pozzi, Giorgio Lanaro, Vittore Collina, Maria Luisa Cicalese. La seconda
è costituita da tre scritti in parte inediti di Mirella Larizza (fra cui
la traduzione italiana del contributo a Trajectoires positivistes) e
dalla bibliografia completa della studiosa italiana, scomparsa nel 1998.